Angelo Jannone: la sua intervista su Carta Capital

 

  

Carta Capital pagina 1                                                                                 

Carta Capital pagina 2

Carta Capital pagina 3

Carta Capital pagina 4

                                                                               Homepage

Biografia

La professione di Angelo Jannone

Angelo Jannone is a member of LINKEDIN

Il primo blog per Angelo

Contatta Angelo

La stampa ha scritto di lui

Il suo corso all'Università La Sapienza

I suoi articoli su Guida al Diritto

I suoi libri

Collaborazione con ACFE

Seminario Internazionale sulla Giustizia

 

 

L'intervista originale su Carta Capital_Alem da imaginaçao

L'intervista originale su Carta Capital_Desmentido pela realidade


OLTRE OGNI IMMAGINAZIONE

CASO KROLL: La storia della "spia" che non spiava nessuno e della "deposizione rivelatrice" che non rivela niente di che.

DI SERGIO LIRIO

Esistono due Angelo Jannone. Uno è professore universitario a Milano, è stato tenente-colonnello del corpo dei Carabinieri, ha lavorato accanto al giudice Giovanni Falcone contro la mafia siciliana, è divenuto capo della sezione anti-frodi della Telecom Italia in America Latina ed ha vissuto in Brasile nel 2004, nel momento di auge della disputa imprenditoriale fra la compagnia italiana ed il banchiere Daniel Dantas per il controllo delle compagnie di telefonia privatizzate.

L'altro vive in una finzione travestita da giornalismo che, dalla metà dello scorso anno, gira e rigira, viene raccontata nuovamente dalla stampa brasiliana, sempre con l’aggiunta di dettagli rocamboleschi. In questo universo fantastico da "reportage investigativo" locale, Jannone è una spia inviata in Brasile per ordire una trama complessa contro Dantas. La sua arma principale è il potere del denaro, con il quale ed in nome della Telecom Italia ha corrotto agenti della Polizia Federale e dell’Agenzia Brasiliana di Investigazione (Abin), giudici, politici e giornalisti.

 

Farebbero parte del gruppo l’ex direttore dell’Abin Mauro Marcelo, un ex poliziotto di nome Alvaro ed un detective privato chiamato Eloy Lacerda. Un altro membro sarebbe Marcelo Elias, che fu avvocato della Telecom Italia ed attualmente rappresenta l’impresatio Luis Roberto Demarco. Ex socio di Opportunity, Demarco affrontò una lunga battaglia giudiziaria contro Dantas presso la Corte di Giustizia delle Isole Cayman. Nello scorso anno ha ottenuto la vittoria definitiva, in ultima istanza, presso la Giustizia del Regno Unito, dalla quale dipende la Corte del paradiso caraibico. Secondo i magistrati britannici che analizzarono il caso, Dantas e sua sorella Veronica, fra i vari crimini, falsificarono i documenti e mentirono al tribunale.

Le prove della corruzione sarebbero financo documentate. La stessa "spia" avrebbe ammesso l’esistenza di una deposizione del 14 Settembre 2006 presso la Procura di Milano. Nonostante sia stata divulgata una decina di volte negli ultimi 12 mesi, senza fatti maggiormente sostanziali, la versione si è meritata la copertina della rivista IstoE’ Dinheiro datata 19 settembre. Il titolo dell’articolo, firmato da Leonardo Attuch, fu suggestivo: "Confessioni di una spia". In questo caso, Jannone.

L’ex militare italiano realmente ha deposto dinanzi ai procuratori in data 14 settembre dell’anno passato – e tale deposizione è filtrata ai giornalisti. Jannone è stato ascoltato altre due volte dal Ministero Pubblico italiano. Ma, al contrario di ciò che si afferma in maniera perentoria nei testi pubblicati in Brasile, non vi è nella prima (stranamente l’unica citata) o nelle dichiarazioni successive nessuna confessione di corruzione o di qualcosa del genere. O qualsiasi menzione dell’esistenza di uno schema per pregiudicare il banchiere "perseguitato".

Nell’intervista a CartaCapital, pubblicata a pagina 36, l’ex poliziotto è ancora più chiaro. "Questa è sempre stata una versione di Dantas, smentita categoricamente dalla realtà. L’origine dell’indagine della Kroll da parte della Polizia Federale è antecedente, di due anni, rispetto al mio arrivo nel Paese", afferma Jannone.

 

Ciò che ha trasormato l’ex poliziotto italiano in un personaggio così istigante per una parte specifica, ben specifica, della stampa brasiliana sono fatti che, sino ad ora, non hanno una connessione diretta fra essi, ma che stimolano l’immaginazione. Nel 2006 è venuto a galla lo schema di spionaggio montato da detective privati ed esecutivi della Telecom Italia. Sono state intercettate più di 2 mila personalità, fra impresari, artisti, giocatori di calcio e politici. Lo scandalo, aldilà dei debiti miliardari, accelerò il cambio del comando del gruppo, uno dei più grandi del Paese, presieduto all’epoca dall’impresario Marco Tronchetti Provera. Un alto dirigente, Giuliano Tavaroli, responsabile a livello mondiale del settore della sicurezza della compagnia, viene arrestato. Un altro dirigente, Adamo Bove, è morto. Ufficialmente si è suicidato.

Vi è, nei metodi di spionaggio italiano,un’enorme somiglianza con quello che è chiamato caso Kroll. Una breve memoria: nel 2002 la PF scoprì che , per volere di Opportunity, la Kroll condusse delle verifiche illegali sulla vita di nemici e concorrenti del banchiere. Denunciati dal Ministero Pubblico Federale, Dantas ed i funzionari della Kroll sono divenuti colpevoli nel processo per associazione a delinquere ed intercettazioni illegali, fra gli altri crinini. L’azione giudiziaria si svolge presso la 5ta Sezione della Giustizia Federale di San Paolo.

Si suppone che, da tali coincidenze sia sorta la tesi particolarmente conveniente a Dantas. Infondo, secondo questa teoria, il caso Kroll non sarebbe altro che una costruzione della Telecom Italia, all’epoca avversaria di Opportunity (nel 2006 i due gruppi si sono riavvicinati ed anno firmato un accordo, annullato durante il primo semestre di quest’anno). La compagnia avrebbe messo in moto una macchina di corruzione milionaria ed efficente per incolpare DD di crimini che questi non ha commesso. Per rinforzare la storia vi sono, oltre alla "deposizione rivelatrice" di Jannone, le dichiarazioni di Marco Bernardini, ex consulente della compagnia telefonica nell’area della sicurezza.

 

Bernardini è un "pentito". In cambio di una possibile pena più blanda , è entrato a far parte del programma di confessione premiata del Tribunale di Milano. Sono sue le principali dichiarazioni secondo le quali vi era un grande schema di corruzione in Brasile. E che uno degli organizzatori sarebbe Jannone. Bernardini menzionò un contratto dell’avvocato Elias con la Telecom Italia come prova del pagamento in denaro a poliziotti e politici.

Elias, di fatto, ha mantenuto un contatto con la compagnia, legalmente registrato e dichiarato nella dichiarazione dei redditi brasiliana. "Sono stato contrattato, con l’avallo del board della Telecom Italia, per operare in azioni in Brasile ed all’estero. Tutti i pagamenti sono registrati e sono serviti per i miei onorari", ha dichiarato Elias.

Il "gioco" giornalistico è di usare le due deposizioni. Prima, si cerca di trovare punti in comuni. Ad esempio, Bernardini ha parlato di corruzione e Jannone ha menzionato i contatti di Demarco, per il quale Elias opera come avvocato, con giornalisti ed autorità. Conclusione: vi era il pagamento di "mance" e l’impresario era l’intermediario.

 

 

Quando Jannone nega di essersi riferito ad uno schema di corruzione, si verifica la "contraddizione" con le affermazioni di Bernardini. E’ stato ciò che ha fatto Attuch nell’edizione di IstoE’ Dinheiro del 26 di settembre, che fa seguito alla copertina "Confessioni di una spia". Al titolo "Versioni contrastanti" segue la spiegazione: "Personaggio della copertina dell’ultima Dinheiro, l’agente italiano Angelo Jannone nega di aver corrotto la Polizia Federale e la Abin , ma la deposizione di un altra spia della Telecom Italia lo contraddice". La cosa strana è che , nell’edizione precedente, nel testo della copertina, la rivista aveva fatto sapere che Jannone confermava sia il contenuto che la pubblicazione.

Bingo! Purtroppo, per sostenere la tesi, una lettura più attenta della deposizione di Bernardini dimostra che il delatore era, perlomeno, un soggetto male informato. Vi sono, nelle dichiarazioni ai promotori di giustizia, degli errori grossolani. Il consultore dice, ad esempio, che il ministro della Fazenda do Brasil nel periodo in cui funzionava tale schema illecito si chiamava Ariel Umpierrez (e non Antonio Palocci). Un lapsus perdonabile ad uno straniero, sosterranno alcuni. Non è così. Ariel Umpierrez esisteva veramente. Si tratta di un ex funzionario del settore della sicurezza della Telecom Italia in Argentina. Qualcuno con cui Bernardini mantenne i contatti professionali nel periodo in cui prestò servizio per la compagnia. Per quale ragione questi confonderebbe un funzionario argentino della compagnia con il Ministro della Fazenda del Brasile? Non è l’unico equivoco. L’ex direttore generale della Polizia Federale Paulo Lacerda è chiamato Eloy Lacerda, il tale detective.

La teoria secondo la quale Jannone comandava un gruppo per perseguire Dantas si scontra con altri fatti contrari. La PF cominciò ad indagare sui funzionari della Kroll dopo una cena, nel 2002, alla quale si trovavano le spie dell’impresa americana. A quel tempo, Jannone ancora faceva parte della polizia del suo paese.

Convinti di star seguendo le tracce di Andrea Matarazzo, allora ministro di FHC, gli agenti della Kroll seguirono il presidente del Banco Central, Arminio Fraga. Insospettito, Fraga chiamò gli agenti federali. Si cominciò, così, l’operazione di polizia, precipitata nel 2004 dopo che il giornalista Marcio Aith, allora alla Folha de S.Paulo, divulgò la storia. Come adattare gli avvenimenti alla tesi? Sarebbe necessario immaginare che Jannone, anche prima di lavorare nella compagnia, avesse corrotto persone della Kroll affinchè commettessero, di proposito, l’errore che ha poi portato la PF ad indagare su di loro. Che creatività.

Più complicato è sostenere la teoria dinanzi al fatto che Dantas costruì un dossier con falsi conti di autorità brasiliane all’estero. Nella documentazione, appaiono conti bancarii movimentati dal presidente Lula, dagli ex ministri Palocci, Josè Dirceu e Luiz Gushiken, dal delegado Lacerda e dal senatore Romeu Tuma (DEM-sp).Come ha riportato Marcio Aith, questa volta su Veja, è stato lo stesso banchiere a consegnare il dossier alla rivista. E chi si occupò di montare tutti i documenti fu Frank Holder, un ex direttore della Kroll per l’America Latina. Se il banchiere non è vittima di una trappola montata da Telecom Italia e se mai ha realizzato operazioni illegali, come spiegarsi la storia del dossier? E cosa dire sulla partecipazione di Holder?

C’è un ultimo dubbio:perchè la tesi della corruzione sorge giusto adesso? E’ sicuro che Dantas continua ad essere l’imputato del processo della 5ta Sezione Federale . E’ anche sicuro che l’indagine presso la PF sulla stesura del dossier che è stato consegnato a Veja, nonostante il ritmo lento, continua a svolgersi. Emtrambi, dipendendo dalle conclusioni, potrebbero portare il proprietario di Opportunity in galera. Una sconfitta che il banchiere vuole impedire in tutti i modi possibili.

 

 

 

SMENTITO DALLA REALTA’

Secondo Angelo Jannone, la versione secondo la quale la Telecom Italia pagava per corrompere in Brasile "è sempre stata di Dantas"

 

A seguire, i principali brani dell’intervista di Angelo Jannone a Carta Capital.

 

CartaCapital: Lei quando ha cominciato a lavorare nella Telecom Italia?

Angelo Jannone: Sono stato contrattato dalla Telecom Italia nel gennaio del 2004, come responsabile del settore anti-frode. Prima di ciò, avevo trascorso vent’anni nel corpo dei Carabinieri, nel quale arrivai ad avere il grado di tenente-colonnello.

CC: Com’è finito a lavorare in Brasile?

AJ: Nell’aprile del 2004 Giuliano Tavaroli mi ha detto che la Kroll , per volere di Daniel Dantas, spiava degli esecutivi del gruppo coinvolti nella lotta per il controllo della Brasil Telecom, e fra questi il presidente, dottor (Marco) Tronchetti. E’ stata la prima volta che ho sentito parlare di Dantas. L’indagine includeva anche la raccolta di informazioni sulla vita privata dei dirigenti ed il caso mi fu affidato. La mia funzione era di verificare l’autenticità delle notizie e di ottenere prove che servissero a presentare una denuncia presso la magistratura italiana. Subito dopo, (Tiago) Verdial (arrestato nell’ambito dell’Operazione Sciacallo) è venuto a chiedere lavoro nella Sicurezza della Tim Brasil. Nel suo curriculum era evidenziato che lavorava per la Kroll. Pensai , dunque, di andare in Brasile per poter conversare con lui. Grazie a Verdial venni a sapere che la Polizia Federale stava svolgendo un’indagine e che lui stesso era indagato. Per questa ragione abbiamo poi deciso di presentare la nostra denuncia alla Polizia Federale brasiliana e non più in Italia.

 

nella foto Giuliano Tavaroli

CC: Quali erano le sue funzioni in Brasile?

AJ: Nell’agosto del 2004, la compagnia mi mandò definitivamente in Brasile per sostituire un altro esecutivo, Marco Bonera. Presi l’incarico di direttore della sicurezza per l’America Latina. Le mie attività comprendevano, soprattutto, il coordinamento della sicurezza fisica dei vari settori dell’impresa, la sicurezza delle informazioni, condotte, parametri, o business continuity. Avevo un preventivo di 1.2 milioni di euro da spendere in tutta l’America Latina. Non mi sembra una fortuna capace di corrompere figure di alto livello del Governo. Dantas, solo per indagare sulla Telecom Italia in Brasile, pagò 20 milioni di dollari alla Kroll.

CC: Lei ha praticato alcun tipo di spionaggio in Brasile?

AJ: Credo che sia normale che un’impresa si difenda attraverso la conoscenza e l’informazione. L’importante è che l’acquisizione delle informazioni sia fatta con mezzi assolutamente leciti. Saper analizzare informazioni esistenti in reti aperte, ad esempio, non è un’attività semplice, esige competenze specifiche. I buoni rapporti con con un grande numero di persone consente di sapere molte più cose senza commettere abusi o crimini. Questo era il mio metodo in Brasile. Questo è spionaggio? Incontravo molte persone, come sindacalisti, esecutivi di altre imprese, funzionari, per prendere il caffè. Molte volte era attraverso questi contatti che venivo a sapere di affari importanti per la compagnia

CC: Come descrive il suo rapporto con il delegato Mauro Marcelo, ex direttore della Abin?

AJ: Mauro Marcelo mi fu presentato, come a molti altri dirigenti della Telecom Italia, perchè aveva tenuto una conferenza sui crimini operati via internet presso la compagnia. Dopo ho letto sulla stampa che era diventato direttore dell’Abin. Riapparve tempo dopo come amico di Eloy Lacerda, il quale, a sua volta, aveva un antico credito con la compagnia, precedente al mio arrivo in Brasile, che io saldai parzialmente. Ma, quando cominciai a dubitare che Marcelo potesse essere un socio segreto di Lacerda, ritenni più giusto interrompere i pagamenti.

CC: E con il poliziotto Alvaro?

AJ: Ho conosciuto Alvaro perchè mi è stato segnalato dall’Ambasciata d’Italia. Cercavo, per contrattarlo, un ex poliziotto, con competenze specifiche in attività anti-frode e, soprattutto, onesto. Non avevo collaboratori nella dirigenza del settore responsabile dell’America Latina. Non vi fu l’autorizzazione per contrattarlo, perchè in quel momento era in atto un taglio dei dipendenti. Allora feci in modo tale che lavorasse come collaboratore esterno. La sua funzione era mostrare, nelle relazioni, quelle situazioni di potenziali frodi contro la compagnia. Quasi tutti i servizi di security, in tutto il mondo, contrattano ex poliziotti, per via dell’esperienza specifica. Attualmente, sembra che ciò debba essere necessariamente il sinonimo di legami discutibili. Non lo capisco. Certamente, ad Alvaro, conosciuto per la sua etica, non ho mai chiesto nulla di illecito o che avesse qualsivoglia relazione con il caso della Brasil Telecom. La prova di questo è che il CD relativo all’Operazione Sciacallo (che indagò sulla Kroll e su Dantas) mi fu dato da un giornalista nel maggio del 2005, otto mesi dopo che le indagini sono divenute pubbliche. Alvaro, in un anno di lavoro, ha ricevuto 30.000 reais. E’ possibile corrompere la Polizia Federale con questa cifra? Consegnai gli e-mail che mi ero scambiato con il giornalista che mi fornì il CD alla Giustizia italiana. Se il ruolo di Alvaro fosse stato quello di fare da collegamento con la Polizia Federale , non sarebbe stato lui, e non un giornalista, a ripassarmi il materiale raccolto durante l’indagine, non trova?

CC: In qualcuna delle deposizioni rilasciate presso la Procura di Milano lei ha denunciato o confermato l’esistenza di uno schema di denaro per corrompere la Polizia Federale e la Abin affinchè perseguitassero Dantas?

(nella foto il banchiere brasiliano Daniel Dantas)

 

AJ: Assolutamente no. Questa è sempre stata una tesi di Dantas, categoricamente smentita dalla realtà. L’origine dell’indagine della Kroll è precedente, di due anni, rispetto al mio ingresso nella Telecom Italia e al mio arrivo a San Paolo, in Brasile. Se l’intervista con Verdial non fosse stata fatta, non avremmo mai saputo dell’esistenza dell’indagine da parte della Polizia Federale. Alla Giustizia italiana, dissi appena di aver il dubbio che Mauro Marcelo fosse più che un amico per Eloy.        

CC: Lei conosce, ne ha sentito parlare o ha prove che dimostrino che Demarco e l’avvocato Marcelo Elias hanno ricevuto denaro dalla Telecom Italia per poter corrompere determinate personde qui in Brasile?

AJ: Credo che ciò sia assolutamente falso, tanto per Demarco che per Elias. Demarco aveva una visione quasi paranoica della corruzione. Vedeva corrotti a servizio di Dantas in qualsiasi posto. Io mi infastidivo per questo suo modo quasi ossessivo di pensare, ma, giustamente a causa di questo suo modo di essere inflessibile, escludo categoricamente l’ipotesi per la quale potesse abbassarsi alle corruzioni.

CC: Nella deposizione presso la Giustizia di Milano, Marco Bernardini ha parlato dell’esistenza di uno schema di soldi per pagamenti per corrompere in Brasile. Lei cosa può dirci in merito?

AJ: Bernardini non era un funzionario della Telecom Italia, ma un semplice consulente legato a Tavaroli. Le dichiarazioni di Bernardini sul caso brasiliano sono mere illazioni. Non è stato evidenziato alcun pagamento ad ufficiali pubblici. Lui fa molta confusione con i casi che non conosce, perchè non capiva e non poteva capire. Inoltre, credo che tali illazioni siano state ampiamente superate dalla documentazione che è stata consegnata ai magistrati. Ma mi auguro che i giudici italiani lo considerino e vogliano verificare se Bernardini inventò il fatto da solo o fu aiutato o ricevette suggerimenti da qualcuno.

CC: Perchè il suo nome appare al centro di questa storia?

AJ: Denunciando i fatti dei quali eravamo al corrente ho rappresentato la compagnia. La registrazione della conversazione con Verdial ha fatto conoscere il mio nome e, da allora, questo caso è sempre associato al mio nome. Forse il mio ruolo è stato sopravvalutato e, come risultato, ho finito col provocare la rabbia di Dantas, oltre ai pettegolezzi e l’invidia di alcuni colleghi nella compagnia. L’evoluzione naturale, come sempre succede in questi casi, sono state le bugie raccontate da Bernardini ai magistrati e alla stampa. Circuito perverso molto conosciuto per chi ha esperienza nel settore.